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Quali docenti per la Generazione Beta?

I primi nativi dell’intelligenza artificiale generativa stanno per entrare a scuola.
La domanda non è più quale tecnologia troveranno in classe, ma chi ci sarà ad attenderli.

La Generazione Beta (McCrindle, 2025) ha da poco compiuto un anno. Mentre muovono i primi passi, i loro comportamenti sono già profilati, trasformando i vagiti in dati. Per questi bambini, nati dal 2025 e, per convenzione, fino al 2039, l’intelligenza artificiale generativa non è una frontiera tecnologica, ma un’amniotica virtualità in cui sono immersi, che modella il loro modo di giocare, apprendere e interagire con persone e assistenti virtuali.
Nel giro di pochi anni, l’ingresso degli AI kids nel sistema educativo renderà evidenti le crepe di modelli progettati per profili di studenti che non esistono più. La domanda da cui muovere oggi non riguarda le tecnologie che troveranno in classe domani, ma quali insegnanti ci saranno lì ad attenderli.
L’IA generativa: impalcatura o stampella?
Nel dibattito educativo, l’IA generativa viene spesso associata a un pharmakon, che può potenziare o compromettere l’apprendimento a seconda del suo impiego. 
Quando funge da scaffolding – ovvero come impalcatura cognitiva a sostegno dello studente, ritirandosi progressivamente non appena l’autonomia si consolida – l’algoritmo generativo è una risorsa preziosa: il motore di una didattica personalizzata, inclusiva e accessibile.
Il rischio risiede, però, nel suo abuso. L’IA diventa “veleno” quando smette di supportare lo studente nel processo di apprendimento e inizia a sostituirlo, generando l’output richiesto al suo posto. È ciò che la ricerca definisce crutch effect, o effetto stampella (Bastani et al., 2024; Mollick, 2025). A quel punto, l’algoritmo generativo non lavora più con lo studente, ma per lo studente, arrestandone il passo invece di facilitarne il cammino (Bastani et al., 2024; Mollick, 2025).
Questa tendenza alla delega è alimentata da un’altra insidia sottile, che Luciano Floridi (2026) definisce “pareidolia semantica”. È la nostra inclinazione a proiettare intenzionalità e coscienza su modelli linguistici che restano, per quanto fluenti, sistemi probabilistici. In questo gioco di imitazioni, ci si dimentica che la “differenza fondamentale” tra l’umano e l’artificiale non risiede nella performance, ma nella materia (Floridi, 2025). L’intelligenza naturale è situata in un corpo; è la nostra condizione di mente incarnata a tracciare il confine invalicabile tra il calcolo computazionale e l’intelletto (Ferraris, 2025).
Ignorare questo confine comporta un costo cognitivo altissimo, i cui effetti si misureranno nel lungo periodo. La delega totale ai sistemi intelligenti non è una scorciatoia innocua, ma il preludio a un’eclissi del pensiero. Se questo fenomeno è già osservabile tra gli studenti che hanno incontrato l’IA solo in età scolare, per la Generazione Beta – immersa sin dalla nascita nelle correnti algoritmiche di un’infosfera satura e dinamica – il rischio è che tale deriva diventi una condizione permanente e strutturale.

Preparare il terreno
Torniamo a quei bambini ancora in culla mentre scriviamo. Pensare a loro significa farci carico di una responsabilità etica e morale che precede l’urgenza tecnica. Significa, ricorrendo a un’altra immagine evocativa, “piantare un paletto nel terreno” (Holmes et al., 2025): fissare cioè un punto fermo per una pedagogia emancipativa capace di abitare criticamente le maglie dell’algoritmo intelligente, senza restarne imbrigliata.
In questa epoca di transizioni umane e digitali, il ruolo dell’insegnante non arretra, evolve. Attraverso l’acquisizione di un adaptive AI mindset (Brafa, Giannone, Muscarà, 2025), il docente del futuro prossimo è chiamato ad assumere  una postura trasformativa che si declina operativamente in quattro dimensioni interconnesse: riflessiva, per analizzare criticamente il proprio agire didattico; progettuale, per disegnare esperienze ibride secondo i principi dell’UDL; relazionale, per alimentare comunità di pratiche in cui il legame umano resti centrale; anticipatoria, per leggere proattivamente i segnali del futuro e governare la complessità del presente (Brafa & Muscarà, 2025). Il risultato è un rovesciamento di prospettiva: non è più l’innovazione tecnologica a catalizzare il cambiamento, ma il docente che, con la sua regia pedagogica, nobilita lo strumento, preservando il battito autenticamente umano della relazione educativa.
La scuola che attende la Generazione Beta deve assumere sempre più i contorni di un grande laboratorio di umanità (Mortari, 2025), prima ancora che di tecnologia. Come osservato da Wayne Holmes in un recente intervento all’UNESCO, il divario digitale del futuro non sarà più una questione di accesso ai dispositivi. La vera disuguaglianza separerà chi potrà contare sulla guida di un insegnante da chi, nella solitudine del proprio schermo, sarà lasciato in balia di un algoritmo intelligente.
In questo tempo di crisi epistemica, dove l’illusione della conoscenza è a portata di prompt e la macchina eccelle nel reperire risposte, il capitale cognitivo si manifesta nella capacità di formulare le domande giuste; nell’esercizio metodico del dubbio; nella possibilità di sostare nell’incertezza senza cedere alla dittatura dell’immediatezza; nella competenza, oggi tutt’altro che scontata, di riconoscere e sapere insegnare che non tutto ciò che è plausibile è vero.

Autori

  • Marinella Muscarà

    Marinella Muscarà è professoressa ordinaria di Didattica e pedagogia speciale. Dal 2018, dirige il Dipartimento di Studi classici, linguistici e della formazione dell’Università degli Studi di Enna "Kore". Entro la cornice dell’agire didattico, i suoi interessi di ricerca e la sua attività di scientifica riguardano la formazione degli insegnanti, le tecnologie educative, l’heritage education e i BES

  • Alessandra Brafa

    Alessandra Brafa è dottoranda in Processi educativi nei contesti eterogenei e multiculturali all’Università degli Studi di Enna Kore. Ha conseguito la laurea specialistica in Letterature Comparate e Culture Postcoloniali all’Università di Bologna. È giornalista pubblicista dal 2014 e docente di Lingua Francese nella scuola secondaria di II grado dal 2017. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle New Literacies e l’IA generativa in ambito educativo, con particolare attenzione alle tecnologie per l’inclusione e l’innovazione scolastica.

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