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La curiosità per insegnare ed imparare. 

La curiosità accompagna l’esperienza umana fin dalle sue prime manifestazioni. La curiosità è una dimensione fondamentale della nostra cognizione, gli esseri umani sono immensamente curiosi, eppure, la sua funzione biologica, i suoi meccanismi e le sue basi neurali sono ancora poco conosciuti (Cohanpour et al. 2024; Gola, 2026). È una disposizione che orienta lo sguardo, le azioni, verso ciò che non è ancora noto, che sospinge oltre il già conosciuto.

Un fattore che ha ostacolato una comprensione della curiosità è la mancanza di un’unica definizione ampiamente accettata del termine stesso. Molte ricerche scientifiche, anche recenti e rilevanti sulla curiosità, accentrano l’attenzione su fenomeni distinti, quali ad esempio, l’esplorazione, il desiderio, il piacere della scoperta, il gusto della ricerca (Kidd, Hayden, 2016; Gola, 2026). La curiosità non è solo un atteggiamento spontaneo, rappresenta una vera e propria condizione di possibilità di accesso al mondo. 

Il dialogo interdisciplinare tra le scienze: pedagogia, psicologia e neuroscienze ad esempio, ha contribuito a rinnovare profondamente il modo di pensare i processi educativi. In questa prospettiva, la curiosità emerge come nodo concettuale che intreccia dimensioni cognitive, emotive, motivazionali e sociali. Non si apprende soltanto perché si deve, ma quando qualcosa attrae, interroga, sorprende. La curiosità si manifesta spesso attraverso lo stupore e la meraviglia. Lo stupore nasce dall’incontro con ciò che disattende le aspettative: un evento inatteso, una domanda senza risposta immediata, una discrepanza tra ciò che si credeva di sapere e ciò che improvvisamente appare problematico. In questa frattura si apre uno spazio di possibilità di comprensione del nuovo. La meraviglia possiede una qualità più duratura e riflessiva. Non si esaurisce nel momento dell’impatto con le novità, invita a sostare, a contemplare, a interrogarsi. La meraviglia rappresenta una soglia: oltrepassarla significa accettare l’incertezza come parte costitutiva del conoscere. Educare alla curiosità implica, dunque, creare contesti in cui stupore e meraviglia possano emergere senza essere immediatamente neutralizzati. La tendenza a fornire risposte rapide, a ridurre la complessità o a ricondurre ogni esperienza entro schemi (linguaggi e codici) prestabiliti rischia di spegnere la tensione conoscitiva. 

Basi neuroscientifiche e circuiti neurali della curiosità 

Le neuroscienze hanno contribuito a chiarire come la curiosità sia strettamente connessa ai meccanismi dell’apprendimento.  Recenti ricerche condotte sui meccanismi neurali che generano la curiosità rilevano un legame diretto con gli stati percettivi-sensoriali a diversi livelli, l’incertezza su un evento genera curiosità (Cohanpour et al. 2024). Gli input percettivi vengono trasformati in successive rappresentazioni neurali suscitando sentimenti di curiosità, spiegando come e perché diventiamo curiosi di apprendere nuove conoscenze. Di fronte a una lacuna di conoscenza, il cervello è spinto a cercare informazioni per ristabilire un equilibrio. Quando un individuo è curioso, si attivano circuiti neurali legati alla motivazione e alla ricompensa, che favoriscono l’attenzione, la memorizzazione e la rielaborazione delle informazioni. L’attesa di una scoperta, come la soddisfazione derivante dalla comprensione, rafforzano una traccia mnestica e rendono l’apprendimento più stabile nel tempo. Questo processo non è unicamente cognitivo, come si ipotizzava: è accompagnato frequentemente da stati emotivi che possono essere vissuti come piacevoli o, al contrario, come frustranti. La differenza risiede spesso nel contesto, nel supporto educativo, nell’interpretazione soggettiva degli stessi eventi. 

Progettare ed insegnare la curiosità

Un approccio neuroeducativo invita a considerare la curiosità attraverso alcune categorie: at- tenzione, esplorazione, intuizione, creatività, curiosità epistemica. come componenti caratterizzanti dell’esperienza di imparare.  La curiosità non è un evento casuale: può essere progettata, incoraggiata, sostenuta. Progettare per la curiosità significa introdurre elementi di sorpresa, senza generare disorientamento eccessivo, porre domande stimolanti, problemi autentici, accostarsi alle narrazioni, alle situazioni in grado di suscitare il pensiero, raccogliere gli impliciti come risorse. Un ambiente di apprendimento che riconosce e sostiene la curiosità aiuta gli alunni/studenti a tollerare l’incertezza, trasformandola in occasione di esplorazione. La curiosità diventa così un mediatore tra emozione e cognizione, tra motivazione e conoscenza. Una pedagogia attenta alla curiosità (Zuss, 2012) riconosce un valore formativo alle situazioni che richiedono adattamenti, esplorazione, creatività.
Gli approcci neuroeducativi mostrano come la curiosità, quanto le emozioni, i molteplici processi cognitivi, siano profondamente intrecciati al piacere di apprendere.  
La curiosità ci spinge a imparare e a esplorare (Cohanpour et al. 2024; Gola, 2026), agisce come una sorta di filtro che si pone sul mondo per aiutare la mente a decidere a quali stimoli prestare attenzione, è una risposta a volte fisiologica, a volte cognitiva, che aiuta a guidare l’azione e il processo decisionale a sostegno dell’apprendimento (Bonawitz et al., 2024; Gola, 2026). 

Autore

  • Giancarlo Gola

    Giancarlo Gola insegna pedagogia sperimentale presso l’Università di Trieste. Gli interessi di ricerca si orientano agli aspetti impliciti ed espliciti della conoscenza in ambito pedagogico e alle prospettive neuroeducative. Tra le recenti pubblicazioni si rammentano: Educational Neuroscience
    in the Classroom (2024); Insegnamento e pensiero. Prospettive neuropedagogiche (2025); Curiosità e insegnamento. Neuroscienze e apprendimento (2026).

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